I vestiti nuovi del ricercatore

Nella vita è tanto facile cucirsi addosso un abito quanto è difficile poi liberarsene. Nel mio caso l’abito che mi ero cucito addosso è un camice da laboratorio. Finché ho lavorato come ricercatore, l’abito mi rispecchiava e filava tutto liscio. Ma a un certo punto, quando decisi di lasciare l’università, iniziarono i problemi. Dovevo reinventarmi professionalmente, ma ero convinto di poter fare qualsiasi cosa, non volevo perdere tempo, e allora mi sono tuffato a bomba nel mercato del lavoro, sicuro di riemergerne presto brandendo trionfante il contratto dei miei sogni. Peccato l’aver trascurato un piccolo dettaglio: ho ancora addosso il mio vecchio camice!

È come se chiamando l’idraulico si presentasse a casa vostra un tizio vestito da prete. Pensereste giustamente che potrebbe dare alla vostra casa un’ottima benedizione, ma che probabilmente non vi saprà aggiustare il lavello. Allo stesso modo io, recandomi a un colloquio di lavoro o rispondendo a un annuncio, mi presentavo con il mio caro vecchio camice da laboratorio, aspettandomi che gli altri fossero in grado di vedere che in me c’era molto più del ricercatore, e che avrei benissimo potuto svolgere quel lavoro. Anche quando finalmente mi accorsi che il camice non era proprio l’abito più adatto con cui presentarsi, pensavo comunque di non avere scelta, perché aprendo il mio armadio vedevo solo camici. E allora mi ostinavo a presentarmi in camice sperando di farla franca. Manco a dirlo, con zero risultati.

Finché un giorno decido di iniziare il percorso di Talenti Inauditi e, nel pomeriggio di lunedì 19 giugno, qualcuno getta una bomba e fa saltare in aria il mio armadio pieno di camici. Finalmente un po’ di sano caos!

Insieme ai miei compagni di Talenti Inauditi, stavo “mappando” il mio talento, cioè appiccicando su un foglio A3 tanti post-it colorati su cui scrivo cosa so fare, quel che mi interessa e le qualità che mi contraddistinguono, per cercare di far emergere il “fil rouge” del mio talento. Come al solito sfodero tutti i miei camici: parole come “biologo”, “scienza”, “ricerca”, “laboratorio” si ripetono incessanti sulla mappa del mio talento. Mi rassegno ancora una volta alla solita sfilata in camici da laboratorio.

Ma ecco che entra in gioco la magia del gruppo. Quella magia che nasce quando qualcuno ti guarda dall’esterno con sguardo fresco e nuovo, fuori dagli schemi con cui uno si abitua a guardare se stesso. I miei compagni recuperano post-it da me relegati agli angoli del foglio e li spostano al centro, tracciano sentieri impensati sulla mappa del mio talento e scorgono collegamenti a cui io, fossilizzato sulla mia idea di ricercatore, non sarei mai arrivato da solo. Tutto accade così in fretta che a malapena ho il tempo di accorgermi di quel che sta succedendo. Nel mio armadio si spalancano scomparti reconditi e cassetti impolverati, e volano fuori abiti dalle fogge più disparate, sciarpe colorate, camicie hawaiane, cappelli assurdi, cravatte e papillon. Tutti abiti che indosso nel mio tempo libero, magari un pochino bizzarri e quindi, pensavo, assolutamente non professionali. Eppure adesso mi rendo conto che sono proprio questi che rendono il mio guardaroba (il mio talento) unico ed irripetibile.

Ho capito che solo accettando di mettere tutte le mie carte sul tavolo e lasciando che qualcun altro le guardasse (cosa che è costata un po’ di fatica a un tipo riservato come me), ho creato le condizioni perché emergesse qualcosa di nuovo. Il gruppo ha poi innescato l’idea dirompente, quella che apre scenari impensati. Ora è tempo di raccogliere tutti questi abiti sparsi qua e là alla rinfusa. Non so quali abbinamenti salteranno fuori, ma una cosa è certa. La prossima collezione autunno-inverno si preannuncia sfavillante!

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