Scoprire il talento con la tecnica della sottrazione

Se penso a come arrivare ad avere consapevolezza di quale sia il mio Talento, in me fa subito subito capolino la suggestione di un’immagine ben precisa: quella della matrioska.

Vi chiederete cosa la matrioska abbia a che fare con il talento
Prima di soddisfare questa curiosità, voglio fare un passo indietro e partire da cosa intendo per talento. Troppo spesso quando pensiamo al concetto di talento crediamo di poterlo definire come una dote, una specifica attitudine, una capacità eccezionale che ci consenta di diventare il numero uno in qualche ambito.

Il talento, a mio parere, è molto di più. Ha a che fare con il concetto di unicità! Scoprire il nostro talento significa conoscere a fondo noi stessi, non solo avere consapevolezza di tutte le nostre doti, le nostre abilità, ma riuscire a cogliere con chiarezza e profondità che c’è qualcosa di unico in noi. Siamo tutti portatori sani di talento. Dobbiamo riuscire a portarlo alla luce, non lasciarlo latente tutta una vita sprecandolo. Coltivare il talento, il seme, per poterlo trasformare in competenze e abilità concrete,  ovvero in un albero rigoglioso.

Ed ecco come la matrioska si è rivelata simbolo calzante e metafora puntuale di questo mio percorso di ricerca che, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, competenza dopo competenza, mi ha portata a togliere “strati” di sapere per arrivare all’essenza del mio essere.

La matrioska: dalla “madre” al “seme” 

"Incoherent Order O" di Rafal Olbinsky
“Incoherent Order O” di Rafal Olbinsky

La matrioska è un “contenitore magico” che si mostra nella sua massima dimensione con un pezzo chiamato “madre” e aprendolo, pezzo dopo pezzo, si arriva fino all’ultimo, minuscolo, denominato “seme”. Originariamente era rappresentata attraverso raffigurazioni femminili, in quanto custode nel suo grembo simbolico di numerosi figli, ora però  viene artisticamente riletta anche con figure di uomini, animali e personaggi famosi. Ma la matrioska per me ha una peculiarità che rispecchia questa ricerca del talento: può occupare pochissimo spazio quando i pezzi che la compongono rimangono assemblati uno dentro l’altro come in un “ventre”, o occuparne uno più ampio quando si decide di aprirla, di mostrare al mondo le sue dimensioni interiori, i suoi “figli”.  Un oggetto che accoglie e rilascia, che ingloba e si espande, che aprendosi  lascia, in successione, il posto a qualcosa d’altro. Questo è quello che da sempre ho cercato di fare nella mia vita per andare alla ricerca del mio talento. Un percorso analogico, a cui ora si è aggiunta una tappa importante: “Talenti Inauditi”.

Il faro del talento in mezzo al mio sapere

"Babel" di Rafal Olbinsky
“Babel” di Rafal Olbinsky

Ad oggi oserei dire un percorso quasi “speleologico”:  iniziato molto tempo fa quando, spinta da un’innata curiosità e predisposizione verso tutte le dinamiche che si muovono dentro e fuori l’essere umano, mi sono letteralmente tuffata in studi che spaziano dalla psicosintesi al counseling, alla pedagogia, alla comunicazione non verbale, alla tecniche di mediazione… Mai sazia nel nutrirmi di nuovi saperi, ogni volta un nuovo corso, un nuovo libro, uno dopo l’altro sono diventati pezzi della mia matrioska. Spinta dalla volontà di  comprendere il mio mondo interiore, ma anche di capire e confrontarmi con il poliedrico universo dell’animo umano. E così ecco sommarsi certificati, attestati, diplomi, tutti custoditi in una cartelletta che ritrae l’immagine di un celebre dipinto, L’urlo”di Munch, quasi quella raffigurazione mi volesse suggerire prepotentemente di guardare oltre tutti quei saperi ingabbiati in quelle “pareti” di cartoncino. E poi… Pile di libri che ora troneggiano nella mia libreria e dai quali so di avere ancora molto sapere da attingere, ma che forse in questo momento “preferiscono” rimanere a sonnecchiare sugli scaffali, uno vicino all’altro, in attesa torni a soffiare una ventata che scompigli nuovamente quelle pagine ricche di sottolineature, di evidenziazioni, di segnalibri, di appunti. Tutti saperi poi convogliati nelle mie esperienze lavorative che hanno ruotato intorno al mondo della comunicazione, del giornalismo, del counseling, dell’educazione e della formazione. Denominatori comuni: le parole nel loro significato esplicito e implicito, i linguaggi nelle varie declinazioni e le persone nella loro poliedricità.
Un gran numero di competenze, nozioni, qualità, esperienze, ma il mio TALENTO in mezzo a tutto questo qual è? E soprattutto: come fare a riconoscerlo? Così è scattata in me l’esigenza di iniziare a sottrarre, anziché aggiungere, per arrivare all’essenziale. Quasi un processo alchemico di raffinazione per “estrarre” il mio talento, dare luce al mio “faro”.

Thinking out of the box

"Don Giovanni Mozart" di Rafal Olbinsky
“Don Giovanni Mozart” di Rafal Olbinsky

Sottrarre sembra facile, ma in realtà non è così immediato come può sembrare. E’ un processo nel quale bisogna avere la volontà di mettersi in gioco, in discussione, con una buona dose di curiosità. Così ho capito che dovevo allontanarmi dal mio solito modo di pensare, dalle mie “gabbie” di saperi  e andare oltre le regole, oltre le “sbarre” della limitante modestia. Prendere coscienza di qualcosa di innato, di unico che premeva per essere riconosciuto.
E’ stato un pò come tornare bambini quando non si hanno ancora sovrastrutture intellettuali e gabbie educative. Come quando abbiamo istintivamente imparato a camminare e parlare senza che nessuno ce lo avesse insegnato. Mi ricordo da piccola, spinta da una forte sensibilità osservavo il mondo con una tale capacità di immedesimazione che, con un guizzo intuitivo, coglievo negli altri aspetti e comportamenti a cui non sapevo dare un nome, ma ne percepivo il senso. Nel mio essere timida e introspettiva, nel mio rimanere spesso in disparte, nella mia ritrosia a buttarmi in mezzo agli altri bambini per partecipare a un gioco,  ho iniziato ad “ascoltare” profondamente gli altri, a “sentire” cosa pensassero e cosa provassero. A percepire cosa stesse succedendo al di là dell’ovvietà che appariva, a vedere più che a limitarmi a guardare. Allo stesso modo ho iniziato a osservare me stessa, cercando di conoscermi sempre un pò di più. Così ho iniziato ad accumulare ore di pratica “sul campo” e a prendere contatto con il mio talento. Da osservatrice silenziosa e discreta ho iniziato a percepire una naturale capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, di ascoltarne i bisogni e creare alleanze costruttive. Al netto di abilità, saperi ed esperienze acquisite, ho sentito come mia vera essenza quella di riuscire con immediatezza e rapidità a cogliere le qualità latenti degli altri per dare loro valore e restituire autostima.

Trovare la chiave di accesso

Senza titolo di Rafal Olbinsky
Senza titolo di Rafal Olbinsky

L’idea di talento riguarda, per me, un modo di essere, di percepire, di sentire, di pensare. Non dipende da un sapere. Da bambina partivo da una posizione agevolata: non pensavo a cosa mi sarebbe servito, e quindi non sentivo l’urgenza di darle un nome o inserirlo in una categoria. Potevo essere me stessa e utilizzarlo con tutto il mio istinto. Poi crescere e inibire un talento è stato un tutt’uno. Perché non esiste talento laddove governi il senso del dovere.  Allora mi sono iniziata a chiedere quale fosse la chiave di accesso per aprire la porta oltre la quale si trovava il mio talento. Troppo spesso ho dato valore alle mie capacità e qualità solo nella misura in cui potevano essere riconosciute dagli altri, essere inquadrate secondo una denominazione ed essere valutate secondo criteri concreti.
Poi ho scelto di abbandonare la strada del “dovere” per scegliere quella del volere e concentrarmi su ciò che potesse rendere unico il mio essere e il mio fare, e nel contempo creasse valore per gli altri. Perché il talento è la trasformazione del potenziale in risultati e voglio che il mio non rimanga un talento latente, ma si tramuti in un talento competente.
Così ho scelto di aprire la porta e guardare cosa ci fosse al di là… Non ho viaggiato nello spazio. Non ho fatto scoperte scientifiche rivoluzionarie. Non ho contribuito a innovazioni tecnologiche.
Riesco a sintonizzarmi con immediatezza sul mondo emotivo dell’altro, a cogliere la sua prospettiva, a percepire  profondamente il suo vissuto, i suoi sentimenti e a restituire comprensione, ascolto, accoglienza e sostegno, senza confondermi con l’altro.

 

2 Comments

  1. Grazie anche a te, donna di talento, perchè la restituzione del tuo sentire mi regala un mattoncino in più in questo percorso di “costruzione” che stiamo affrontando in parallello.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...