La regola del moto perpetuo

Non sono stata una di quelle bambine che già a 5 anni sapevano cosa avrebbero fatto nella vita. Come quelle che affermavano che avrebbero fatto le giornaliste, le ballerine, il medico. Io no. A parte la veterinaria, perché amavo gli animali, non sentivo di avere una vocazione. Ero più attratta da uno stile di vita che da un ruolo. Sapevo come avrei voluto vivere la mia vita, ma non cosa avrei fatto per mantenermi.

E crescendo, le idee non si sono chiarite. Guardavo le persone così determinate con un misto di sospetto e ammirazione. Da un lato mi chiedevo come facessero a non avere dubbi, dall’altro mi domandavo se fossi io a essere sbagliata. Non avevo un punto fermo, ero inquieta, continuavo a cercare, montando e smontando scelte di vita e professionali.

Ho sempre interpretato questo costante sommovimento interno come la mia ricchezza, perché mi costringeva a uscire dalla mia comfort zone, ma allo stesso tempo pensavo fosse una condanna. Mai soddisfatta, mai appagata, con un’urgenza interiore che mi spingeva sempre altrove. Anche di fronte a quelle che qualcuno avrebbe definito le “occasioni della vita”.

Poi, da qualche anno, si è cominciato a parlare di persone multipotenziali (celebre l’intervento di Emilie Wapnick durante un TedTalk) e ho capito che forse una chiave di lettura per la mia irrequietezza esisteva. Non ero sola, non ero senza speranza e non era semplice inquietudine!

Ho iniziato a cercare in quella direzione e ho compreso che ciò che prima mi appariva casuale e informe, in realtà aveva un filo rosso. Era un’intuizione, non avevo una visione lucida e chiara, ma avevo finalmente una rotta.

A settembre è arrivato Talenti inauditi e mi è sembrata l’occasione giusta per seguire fino in fondo quel filo rosso e scoprire dove mi portava.

Per settimane ho attaccato e staccato Post-it su dei fogli. Ho analizzato tutto il mio percorso alla ricerca di tracce, significati nascosti, collegamenti. E poco alla volta, le risposte sono arrivate. Non tutte insieme e non evidenti, ma ho cominciato a leggere i nessi che prima non vedevo. Sono andata a ritroso, fino all’università, fino agli anni del liceo. Cosa mi aveva spinto a scegliere la facoltà di design e non quella di architettura, filosofia o sociologia? Quando ho capito che non mi interessava progettare oggetti, ma ero attratta da tutto ciò che di immateriale significavano? Cosa mi appassionava dei lavori che avevo fatto?

Ho sempre pensato che molte delle mie scelte fossero state dettate dalle opportunità che mi si erano presentate, che ci fosse della casualità, non autoderminazione. E in parte è vero, ma ora capisco che nella mia costante ricerca spesso c’erano degli elementi che ritornavano, per approccio, modo di lavorare, interessi. La curiosità verso il nuovo, unita alla creatività, alla capacità di trovare soluzioni, alla voglia di far accadere le cose, di vedere e creare relazioni erano i pezzetti del mio personalissimo puzzle. Scrivevo gli articoli come se dovessi sviluppare un progetto, affrontavo ogni progetto come se dovessi scrivere un articolo. Lo schema era sempre lo stesso: ricerca, connessioni, possibilità, sviluppo, risultato.

Ed eccolo il nodo: l’attitudine progettuale. Che sia un articolo, un piano editoriale, una mostra, amo ideare, inventare, creare. Dar vita a nuovi progetti, farli crescere, nutrirli fino a quando non sono autonomi, o conclusi. E poi ricominciare. In un costante moto perpetuo.

 

 

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