Giovanni Talento

Giovanni Talento nacque alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo in una famiglia piemontese di produttori tessili.
Terzo di quattro figli, si sentì sempre diverso rispetto ai tre fratelli e un grande sostenitore di questa tesi fu suo padre, che a volte lo guardava mormorando: “Questo è diverso”.

Giovanni era tranquillo, mite, a volte silenzioso e sempre super intelligente.
Studiava poco, ma con enorme profitto, soprattutto in italiano, storia e geografia.
Viveva in una casa isolata tra i monti orientali del Piemonte, in una delle zone più piovose di Italia, con la sola compagnia dei tre fratelli che dovevano sempre finire i compiti o che erano in punizione per non averli finiti, quindi spesso si annoiava. Per questo aveva letto tutti i libri trovati in casa e a soli 13 anni aveva un’ampia conoscenza della diffusione del Wax Print nell’Africa Coloniale.

Come altri ragazzi a quattordici anni si trovò di fronte a una grande scelta: la scuola superiore. L’unico istituto a meno di un’ora di distanza dal suo paese era lo scientifico e lo scelse.
Anche qui brillò da subito e senza sforzo in molte materie, latino, italiano, scienze e anche matematica, ma non in tutte. E finalmente trovò qualcosa a cui appassionarsi: disegno tecnico. Non gli riusciva per niente e ogni singolo compito per lui era una sfida. Capiva solo in teoria o solo in pratica, la mano era malferma e i suoi disegni erano pasticci sporchi di gomma e graffite, pieni di cancellature e calcoli sbagliati.

Provò per la prima volta l’esperienza di prendere un voto basso, un’ebrezza, una vertigine, una paura del vuoto che lo spinse a mettere tutte le energie in questa materia, col risultato che per la prima volta iniziò ad andare male anche nelle altre.

La situazione peggiorava e, quando i suoi genitori se ne accorsero, cercarono di convincere gli insegnanti a esonerarlo, come per ginnastica. Gli insegnanti accettarono, ma Giovanni non volle e insistette; dimagrì, ingrassò, perse parte della bellezza che iniziava a fiorire. Se nelle altre materie peggiorava e recuperava, il disegno tecnico era l’unica in cui non c’era nessun progresso ed era una vera ossessione.

Finalmente in quinta liceo conobbe una ragazza che lo distrasse dal disegno tecnico, una nuova compagna di classe, Erica, a cui Giovanni non piaceva per niente. Concentrò nella conquista di lei tutte le energie, riprendendo a studiare le materie che lo appassionavano.

L’unica cosa che riuscì a conquistare fu un cinquantotto sessantesimi alla maturità, ma tanto bastò ai suoi genitori e agli insegnanti per tirare un sospiro di sollievo: è proprio vero che l’amore, pur sfortunato, fa bene.

Dopo un’estate tranquilla, agli inizi di settembre, madre e padre, pieni di speranza e convinti che il disegno tecnico fosse solo un incubo durato cinque anni gli chiesero: figliolo, cosa vuoi fare da grande?
E Giovanni rispose con una parola: architettura.

Solo dopo molti anni e dopo una lunga causa penale per il crollo di una scala interna Giovanni capì: nella vita conviene fare solo quello che piace.

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