Il talento è un seme

Ho sempre amato seminare all’aperto: preparare la terra, fare il buco con il dito e sentirne l’umidità appiccicosa, adagiare il seme nel suo giaciglio e coprirlo, augurandogli un buon riposo. E mi è sempre piaciuta la quiete che segue la semina, quell’inattività forzata che serba in sé energie e pensieri, un’emozionante attesa. Un tempo sospeso, diverso per ogni specie, che si dilata per i bulbi che amano il freddo dell’inverno e si accorcia per i piccoli semi primaverili, un tempo che va ascoltato.

Il talento è un seme, che ognuno di noi ha accolto nel buio e nell’umido del proprio giaciglio, dandogli un luogo per poter prima riposare e poi germogliare. Il talento va accudito e coltivato, così come il seme prima e il germoglio poi: hanno bisogno di spazio, di energie diversificate delle quali nutrirsi (luce, calore, acqua…), di riposo notturno e di frenetica attività diurna, e soprattutto di pazienza e incrollabile fiducia per potersi trasformare da seme in germoglio e piantina, da talento in realtà.

Mi stupisce sempre il coraggio con cui il piccolo germoglio osa buttarsi nella vita, nella caoticità di tutto quello che inaspettatamente lo circonda, in un mondo sconosciuto e così diverso dall’accogliente grembo della terra, esponendo alle intemperie e ai pericoli tutto se stesso e i suoi primi rami, le foglie tenere e verdi, mostrandosi al mondo. Così anche il talento deve avere il coraggio di diventare altro da quello che è sempre stato, trovando la forza e anche l’ardire di crescere e creare, incontrandosi con la realtà. Il talento deve diventare realtà.

Ho conosciuto talenti che sono sbocciati all’improvviso, riempiendo di profumo l’aria attorno, talenti che sono germogliati in pieno deserto, dopo anni di siccità, e talenti che hanno resistito a incredibili tempeste, venti forti e piogge incessanti.

So anche che le piante comunicano tra di loro, attraverso l’intrecciarsi delle radici e tramite le scie chimiche emesse nell’aria e nel suolo. Il bosco, il prato sono un sistema vivente, dove la relazione sana ed equilibrata tra le piante permette loro di vivere in armonia, in modo che ciascuna tragga vantaggio dalla vicinanza e dalla lontananza di altri esemplari. Anche il nostro talento, una volta fiorito, deve saper entrare in relazione con quelli degli altri, perché trova valore nello stare nel mondo in maniera dinamica, interagendo con le proposte e le necessità altrui, adattandosi e al contempo lottando per il proprio spazio vitale.

Ma il momento che più mi dà soddisfazione è quello in cui un giorno, quasi inaspettatamente, compaiono i primi frutti: piccoli, ancora acerbi, ma è impossibile non riconoscerli! Mi sembra di assistere a una magia e allora, il motivo per il quale ho fatto tutto questo lavoro (la semina, l’attesa, la cura, la sfida, la battaglia..) mi torna in mente. La maturità del bocciolo, del fiore e il frutto che finalmente possiamo cogliere e gustare, magari condividere con qualcuno che è venuto a trovarci, o trasformare in altro (marmellate, composte, creme..). Così anche i nostri talenti, un giorno, daranno i loro frutti, certamente gustosi e ricchi. E se apriremo quei frutti non potremo non vedere dei piccolissimi, minuscoli semi adagiati al loro interno, pronti per essere sparsi nel mondo.

 

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