TALENTI – Vademecum minimo

I. L’EQUIVOCO

Ne abbiamo sentito parlare tutti da sempre: in televisione, libri, giornali, pellicole, in chiesa e anche al bar, eppure non tutti hanno consapevolezza della etimologia del termine. Talvolta, è persino possibile che subentri una certa riluttanza nell’uso, a causa di una malintesa aura di eccezionalità che parrebbe circondare la parola. Con buona pace di Spengler, Nietzsche, D’Annunzio e Avengers assortiti, alla fine non è mai un manipolo di eroi in armi a salvare la civiltà; sono sempre state le capacità, i talenti degli individui a fare la differenza, senza alcun bisogno di ricorrere a superuomini e superpoteri.

II. LA MISURA

MisuraLibraAnubis.jpgLa parola talento originariamente fu coniata per indicare unità di misura e monete in uso nel mondo antico. La prima caratteristica evidente riguardo a questa unità di misura è la sua grande “variabilità” e versatilità nel tempo e nello spazio; dal talento attico corrispondente a 26 kg di metallo si arriva a quello romano di 32,3 kg. Gli Ebrei adottarono per ragioni politico-economiche il talento babilonese pari a 30,3 kg, ma nel Nuovo Testamento la famosa Parabola dei Talenti si riferiva ad un “maxi” talento babilonese, quasi un primatista della categoria, che corrispondeva a 58,9 kg. In altre parole, in oltre 5000 anni di storia umana non è mai esistito un talento unico e omologato. A tale proposito, potremmo trarre alcune considerazioni passando dall’unità di misura al successivo significato di talento, inteso come capacità innata? Dovremmo. Ma procediamo per gradi e andiamo a stanare la relazione tra un’antica mutevole unità di misura e le naturali inclinazioni che albergano in ogni individuo. No, non potremo cavarcela con un “mazel tov!!!” per congratularci con i due famosi tizi, che investirono oculatamente le somme in talenti affidate loro da un padrone discretamente esperto nell’arte di delegare. Eppure tutta questa storia dei talenti umani sembra scaturire proprio dalla Parabola dei Talenti che ho appena “succintamente descritto”.

III. ALLE RADICI

Radici“In verità”, ogni parola è provvista di una sorta di DNA, i significati possono evolvere, mutare, gli uomini possono anche decidere di stravolgerne il senso; ciononostante, gli originari significati resteranno sempre a disposizione di tutti. Nel nostro caso la parola talento deriva dal latino talentum e dal greco τάλαντον (talanton), ma se vogliamo partire alla ricerca del cosiddetto DNA semantico, è consigliabile risalire direttamente fino alla famiglia di radici indoeuropee “TAL-“, “TLA-“, “TAN-“, “TEL-“, “TLE-“, TOL-“, “TUL-“, col principale senso di “portare”. Il primo significato di τάλαντον è piatto della bilancia e per estensione metonimica è indicata la bilancia stessa. In sanscrito a bilancia corrisponde la parola tulâ, ad essa è legato anche il verbo tolâyami che sempre in sanscrito significa sollevo, peso. Se a questo punto nella mente di qualcuno si affacciasse anche la parola tolleranza, non ci sarebbe nulla di cui essere stupiti, dato che anche il verbo tollerare appartiene etimologicamente a questa grande famiglia indoeuropea. Esistono numerosi altri esempi di parole all’interno della già citata famiglia, in lingua gotica, in antico slavo e antico anglo-sassone, tuttavia, questa digressione etimologica ci ha già portati fino in India, sicché, accontentiamoci e torniamo ad un contesto culturale mediterraneo, a tutti noi certamente più familiare. Il participio presente τάλαν (talan) ha il significato di “colui che sopporta”, il verbo τανταλεύω (tantaleuo) ci investe con una consueta cascata di significati tipica dei verbi greci: oscillo, tengo sospeso, peso, bilancio, misuro, provo. È abbastanza per trarre alcune conclusioni? Nel dubbio, meglio passare al classico colpo di grazia citando un altro verbo greco piuttosto eloquente: tlÖnai (tlenai), traducibile con resistere, sostenere, avere forza, avere coraggio, ardire.

IV. COME PERLINE IN UNA COLLANA

Come perlineAlla luce di quanto finora detto credo sia possibile iniziare a tracciare un profilo aperto sul senso della parola talento. È qualcosa che ciascuno PORTA con sé fin dalla nascita, non è unico e omologabile ma è MISURABILE e plurale. Non è qualcosa di statico, i talenti oscillano come pendoli oppure pulsano come battiti cardiaci, sono quindi soggetti agli “alti e bassi della vita” come tutte le cose umane. Richiedono CORAGGIO a ciascuno per essere individuati e RESISTENZA affinché siano SOSTENUTI, coltivati. Utilizzando una espressione aristotelica, è possibile definire i talenti come potenza in atto; l’espressione delle molteplici potenzialità che concorrono al processo di maturazione BILANCIATA di ogni individuo. Sorprendentemente, alla fine di questo viaggio all’interno della parola talento, resta davanti ai miei occhi l’immagine di un portatore dell’estremo oriente, quelli che in Cina chiamano bang-bang e che ben presto saranno solo un ricordo. Sulle spalle ha un’asta di bambù alle cui estremità sono sospesi i carichi, come se fossero i piatti di una bilancia. Senza dubbio quello del portatore è un mestiere umile, che mette a dura prova la resistenza alla fatica, richiede considerevoli doti di equilibrio e anche una certa dose di coraggio, data l’entità dei carichi trasportati.

V. COMMA SECONDO

Comma SecondoMilano, 26 Gennaio 1955. Piero Calamandrei, giurista e padre costituente, tenne un importante discorso sulla Costituzione Italiana agli studenti milanesi, convenuti presso il Salone degli Affreschi della Società Umanitaria. Il discorso fu praticamente aperto da una travolgente riflessione sull’Articolo Terzo, comma secondo: “E’ COMPITO DELLA REPUBBLICA RIMUOVERE GLI OSTACOLI DI ORDINE ECONOMICO E SOCIALE, CHE LIMITANDO DI FATTO LA LIBERTA’ E L’EGUAGLIANZA DEI CITTADINI, IMPEDISCONO IL PIENO SVILUPPO DELLA PERSONA UMANA E L’EFFETTIVA PARTECIPAZIONE DI TUTTI I LAVORATORI ALL’ORGANIZZAZIONE POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE DEL PAESE”. Il professor Calamadrei definì questo articolo come “il più importante, il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo. Impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi, giovani, che avete l’avvenire davanti a voi”. Oltre a questo commento, è il tono di voce durante la lettura del comma secondo a conferire una forza straordinaria alle parole. Quando pronuncia il verbo “rimuovere” la voce del professor Calamandrei diventa più acuta, percorsa da un fremito di ammonimento, d’irriducibile tenacia forse mista ad indignazione. Visto dalla prospettiva del più genuino senso della parola talento, il comma secondo e il discorso di Calamandrei sottolineano vigorosamente il ruolo della comunità nel processo che porta al “pieno sviluppo della persona umana”. In questa felice espressione si condensa il concetto di talenti come attuazione delle molteplici potenzialità racchiuse nell’individuo. È a tutti gli effetti un processo di scoperta interiore, l’antico “conosci te stesso”, che non si realizza nell’isolamento, ma è il frutto del rapporto dialettico tra individuo e collettività, la quale ha il dovere morale e razionale di sorreggere e incoraggiare tale processo.

 

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