Il talento e i pregiudizi

Quello che ho imparato finora sul talento lo devo in particolare alla mia insegnante di danza classica.

Ho cominciato a studiare danza classica all’età di 16 anni, incuriosita dal volantino di una scuola vicino a casa mia che, tra gli altri, offriva un corso di “classico adulti”. Ma come adulti! Ci dev’essere un errore, ho pensato. Danza classica è una disciplina durissima che si comincia da piccoli, e poi bisogna essere naturalmente portati, avere un talento innato, mica si può fare così, una sera alla settimana, e per giunta cominciare da adulti…

Sono andata a chiedere informazioni e l’insegnante mi ha confermato che sì, era proprio così, si trattava di un corso base per adulti, e no, non era necessario avere esperienza, né talento. Invogliata, forse più che altro dal brivido di fare qualcosa che fino a quel momento avevo ritenuto impossibile, mi sono iscritta, e quella lezione è diventata da subito, e con orgoglio, la mia roccaforte dell’anti-talento: lo facevo solo per il gusto di farlo, non ero brava e non ambivo a esserlo, sapevo di non essere naturalmente portata per la danza, ma tutti quegli esercizi che si ripetevano e sfidavano i miei limiti fisici e mentali, settimana dopo settimana, mi piacevano ed erano diventati quasi un momento di autoconoscenza e meditazione. Le mie compagne di corso, poi, erano più grandi di me e, poiché avevano più o meno tutte lo stesso approccio solidale, non-ambizioso e non-competitivo, si era creato un bel gruppo.

Così, quasi senza accorgermene, le settimane sono diventate anni e, a furia di provare e ripetere esercizi, ho cominciato a frequentare lezioni di livello sempre più avanzato, a mettere le punte e, infine, a superare un esame ufficiale della Royal Academy di Londra.

Sono quasi certa che non sarei mai arrivata a quel punto se non fosse stato per l’approccio della mia insegnante, che, senza mai fare pressioni, giorno dopo giorno, accoglieva nella sua scuola chiunque avesse voglia di studiare danza e non parlava mai di “talento” o “bravura”, ma sempre di “impegno” e “lavoro”.

Perciò, a costo di andare contro la definizione dei dizionari, oggi per me il talento è questo: non tanto una “predisposizione innata e naturale” di un individuo verso un’attività, idea che in molti casi serve solo a creare paralisi e frustrazione, quanto un insieme di volontà, impegno e lavoro, perché questo, almeno, è un talento che abbiamo tutti, e sta alla base di qualsiasi crescita e miglioramento, nella danza così come in qualsiasi attività della vita.

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