Impossible

Impossible

Facendo un percorso a ritroso nella mia vita personale e poi professionale nel tentativo di ricostruirne i passaggi più salienti che, in qualche modo, un po’ per scelta mia e un po’ per scelta degli altri, hanno contribuito a fare sì che io mi ritrovassi qui oggi a scrivere, non posso non raccontarvi di quella bambina nata in Albania e della sua primissima idea dirompente.

Il tutto ha origine in Albania, a metà degli anni Ottanta. In un paese segnato da una lunghissima dittatura, una fedele copia di quel sistema economico-sociale sovietico dell’epoca staliniana. Dove alla popolazione veniva negato ogni accesso ad altre informazioni differenti da quelle propagandistiche del regime. Dove essere diversi e persone pensanti costituiva un pericolo, per la propria vita, per quella della tua famiglia e per le generazioni future. Dove oltre un terzo della popolazione era incarcerata per motivi politici. Dove la libertà di parola e pensiero equivaleva alla pena di morte.

Ebbene, in questa realtà, una bambina di appena cinque anni, all’uscita dall’asilo sulla strada per casa, esordì dichiarando in modo solenne: mamma, ho deciso. Andrò a studiare all’estero.

Dapprima la mamma si guardò intorno, a verificare che nessuno avesse ascoltato quanto appena dichiarato dalla figlia. E poi, con un misto tra orgoglio, stupore e spavento, le spiegò sottovoce di continuare a sognare tranquillamente, ma di stare attenta a non raccontare il tutto fuori dalle mura di casa.

La bambina lì per lì non comprese il significato di tutto ciò, ma continuò a saltellare felice in un altro universo parallelo, quello dei sogni.

Negli anni a seguire tanto è successo, tanti sono stati i cambiamenti. Tra la caduta del regime e la guerra civile, il rifugio nell’universo parallelo divenne sempre più frequente e costituì la salvezza dalla quotidianità.

La visione di quell’idea dirompente ritornò più forte che mai quando, ormai all’età di diciott’anni, tra lo sconforto e le lacrime dovette insistere per una mattinata intera chiamando tutti i numeri dell’ambasciata Italiana per avere la tanto attesa risposta del Politecnico di Milano. Causa ritardi di comunicazione interna dell’ambasciata, a una settimana dagli esami d’ammissione non si sapeva nulla. Avrebbe accettato il no, ma non poteva accettare di non sapere. Verso mezzogiorno la sua determinazione ebbe la meglio, riuscendo a trovare la persona giusta e avere il tanto agognato OK.

Riuscì ad arrivare in Italia appena in tempo, sabato 2 settembre 2000. Lunedì 4 settembre c’era l’esame d’ammissione, martedì 5 quello di lingua italiana. Li passò entrambi. Ancora oggi col senno di poi si domanda il come. In quello di lingua prese addirittura trenta.

Non aveva mai studiato l’italiano. Inconsciamente era convinta di non averne bisogno.

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